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Da "Storie dal Mondo Alternativo"

by Stefananda

 

 

UNA STORIA TANTRICA

by Stefananda '92/'97

 

 

Era tutto pronto, tutto bene organizzato, per il seminario che avremmo condotto a Pesaro, e sarebbe dovuto essere un grande evento, con un ospite d’eccezione: il Maestro Tantrico Yogi Bhogi.
Il posto era molto bello, l’Oasi di San Nicola, un ex monastero in collina del XII secolo, ormai divenuto albergo, alla periferia di Pesaro, da dove si scorgeva il mare all’orizzonte, che era appena ad un paio di chilometri di distanza.
Andavamo là per la prima volta, dopo una trattativa un po’ estenuante a causa di una intermediaria che nessuno aveva mai richiesto ma che voleva guadagnarci sopra, come poi in effetti avvenne (Monica, fatti monaca).
Ero lì lì per rinunciarci, ma quel luogo era davvero particolare, meritava e decisi di affrontare comunque l’inattesa penale.
L’arrivo era previsto per la sera del 3 luglio, ma io seguivo Yogi Bhogi fin dal 28 di giugno, poiché egli aveva un altro programma in accordo con un’altra organizzazione, e volli partecipare anche a quello: volevo intossicarmi di Tantra, sentirmi ed essere tantrato a fondo.
O Tantra o morte.
La mattina del 3 luglio, partii quindi dalla vetta del Monte Amiata per dirigermi verso Pesaro, ove Yogi Bhogi ci avrebbe raggiunto in serata, trasportato da  Monsignor Tarozzi in persona.
Allo stage erano presenti altri ospiti insegnanti, nonché amici e collaboratori: Pasquale D’Adamo, il traduttore che avrebbe dovuto interpretare il penoso inglese indianizzato di Yogi Bhogi; Bruno Fubelli, che si sarebbe occupato di proporre, suonare e accompagnare i canti dei mantra serali; Antonio Nieddu, che avrebbe insegnato Tai Chi Chuan e che portò con sé la sua compagna Marina Tilli, che intervenne così alle nostre attività per la prima volta (sospettavamo una “fidanzata” nell’ombra, ma non sapevamo chi fosse colei); Giancarlo Tarozzi e Gianna Cristofanilli, che intervennero come partecipanti al seminario e che mi fecero la cortesia di trasportare Yogi Bhogi dal Monte Amiata alla collina dell’Oasi San Nicola. Per convincere il Tarozzi, dovetti parlargli della prelibata polenta ai funghi porcini e di svariate altre leccornie che preparavano all’albergo dove si svolgeva l’altro seminario. Con tutti gli altri partecipanti eravamo circa una venticinquina, li ricordo tutti ma non mi dilungherò nel rievocarli ora, ho visto qualche decina volte le videocassette che ho realizzato durante lo stage, avevo appena acquistato una videocamera e, come tutti i bambini che prendono in mano un nuovo giocattolo per la prima volta, mi ero sbizzarrito a fare riprese su riprese in quei giorni, per immortalare quello che avrebbe dovuto essere uno straordinario e memorabile seminario.
Grazie alla cordialità e al notevole carisma di Yogi Bhogi, tutti i partecipanti vennero messi a loro agio, e così iniziò ufficialmente il programma: per quattro giornate, avremmo sentito parlare di amore tantrico, amore senza attaccamento, di rottura degli schemi e dei tabù repressivi, dell’essere gioiosi e affermativi 24 ore al giorno, condendo il tutto con esercizi tanto buffi da sembrare ridicoli e che chiunque si sentirebbe in imbarazzo a fare, ma con Yogi Bhogi tutto diventava sacro e importante.
Dopo aver ribattezzato Bruno Fubelli “Mantra Baba” (babbo mantra, o qualcosa del genere) e Antonio Nieddu “Paraguru number one” (tantrico numero uno della comitiva) per via dei suoi precisi e micidiali colpi di bacino durante i famosi “esercizi tantrici” in questione, Yogi Bhogi ci annunciò che una sua discepola-segretaria sarebbe arrivata dall’Inghilterra per dargli una mano. “Che palle” pensai “ci mancava pure la segretaria, adesso ‘ndo la metto ‘sta vecchia?”.
Verso le 23 del 4 di luglio, accompagnato dall’indispensabile traduttore Pasquale, ci recammo con Yogi Bhogi alla stazione di Pesaro per prelevare la famosa assistente; mi sembrava incredibile che questa partisse dall’Inghilterra per incontrarlo qualche giorno a Pesaro: mah, potenza del Tantra, dedussi un po’ malignetto.
Il treno arrivò, l’assistente scese e ci trovammo di fronte una ragazza dai lunghi capelli castano scuri e con gli occhi verdi. Allora, capii per la prima volta nella mia vita che mi sarebbe convenuto diventare maestro tantrico.
Sono certo che Pasquale ebbe lo stesso tipo di illuminazione, a giudicare dallo sguardo che fu.
Facemmo compagnia alla ragazza, Yasemin, si chiamava, mentre le veniva servita qualcosa per cena e mi accorsi che entrambi ci guardavamo incuriositi a vicenda. Probabilmente, s’era accorta del mio sguardo ammiratorio un po’ troppo insistente. Seppi che viveva a Sheffield dall’età di 14 anni e che ne aveva 26, prima era vissuta in Iran, dov’era nata, figlia di madre inglese e padre iraniano. Era una ragazza piuttosto indipendente ed aveva conosciuto Yogi Bhogi l’anno precedente, in India, e vi era rimasta sei mesi: quello fu, per lei, un periodo di “terapia”, di pulizia interiore e di crescita personale notevole, in ciò che era un momento molto critico della sua vita. Per cui, lei sentiva molto affetto, rispetto e riconoscenza verso Yogi Bhogi, il quale - da buon tantricone - la ricambiava sentendo verso di lei..... qualche altro tipo di cosa.
Fu così che scattò il gioco di Yogi Bhogi, che gli si ritorse contro come un boomerang, non so se di marca tantrica o australiana.
Il mattino dopo, egli solennemente ci disse che, per la durata del seminario, ognuno di noi avrebbe dovuto avere un partner col quale praticare quei giochetti che lui definiva “rituali tantrici” (che, al massimo, si risolvevano con un po’ di coccole e di carezze reciproche) e che, secondo la tradizione tantrica doveva essere la donna, la “shakti”, a scegliersi il suo “shiva”, il partner maschile.
Le donne erano in maggioranza. Sarà che a loro non pareva vero un invito del genere, giustificato da tutto il contesto che vivevano in quel momento: si slanciarono con foga e veemenza verso il partner agognato, io chiusi gli occhi intimorito e tremai, sul serio, pensando a chi, sfigatamente, mi sarebbe toccata da “ritualizzare” nei giorni successivi. Poi mi girai, mi sembrò impossibile o forse avevo Venere che transitava nella mia costellazione in quel momento, e vidi colei che mi aveva scelto: Yasemin.
Yogi Bhogi ebbe un disappunto e, ciliegina sulla torta rancida, si beccò due tardone da tantrarsi con maschera antigas. Questa non la me perdonò ed ebbe modo di vendicarsi in altro modo.
Il problema più grosso, con Yasemin, fu comunicare con lei. Stramaledissi il mio inglese scolastico, scarno e stentato, e cercai di comunicare con essa come meglio potevo: lei di italiano non ne sapeva proprio. Mi vennero spontanei dei gesti di tenerezza verso di lei, per esempio cogliendole dei fiori oppure, ricordandomi che tra gli incensi che avevo portato con me ne avevo una confezione all’odore di gelsomino, in omaggio al suo nome, gliela regalai imbarazzato. Poi, siccome mi ero portato dietro, neanche io so come, dell’olio da massaggio, mi offersi di farle un massaggio, cosa che a lei fece piacere.
Sia benedetto il massaggio! Seguite un corso e portate ai seminari con voi sempre una confezione di olio da massaggio, consiglierebbe Stefananda ai suoi (pochi) fan.
In casi del genere, necessariamente, i tempi diventano stretti, non consentono una qualche pianificazione o un corteggiamento lungo, per cui un contatto, un rapporto, una sintonia si raggiungono spontaneamente in breve tempo. Tutto è così rapido, perfino inaspettato, talvolta, che uno quasi non se ne rende conto. Soprattutto, in questo caso fu la massima spontaneità della situazione determinatasi che portò tutto facilmente in una direzione.
E’ triste aver così poco tempo, bruciare tutto così in fretta, sapendo che quegli attimi sono contati, che non torneranno, e che quindi andranno vissuti con la massima intensità e partecipazione.
Ma è anche il vantaggio di questo tipo di avvenimenti.
Fu divertente e un po’ deludente sapere da lei che aveva scelto me per non scegliere Yogi Bhogi, rimasto l’ultimo - insieme a me - a dover essere scelto. Ebbi così conferma qual era il tipo di assistenza che l’assistente/segretaria avrebbe dovuto tributare al caro maestro.
Guarda un po’ però, se la spiegazione è stata sincera, come un colpo di sfortuna e un colpo del caso insieme possono diventare il massimo di quello che uno potrebbe aspettarsi in un certo momento.
Mi affezionai troppo a lei, in così beve tempo, benché sapessi che di sicuro non avrei potuto avere ulteriori aspettative, tra l’altro lei aveva pure un partner in Inghilterra, al quale chiaramente poi non avrebbe raccontato nulla.
Yogi Bhogi, insegnante di Tantra e maestro di Vita, diceva spesso che ognuno dovrebbe avere un partner fisso vicino, sul quale poter contare, e un altro partner con quale “divertirsi”. Questa era la sua ricetta alla routine, alla monotonia e al rischio di piattezza della vita matrimoniale.
E, magari, sta a vedere che aveva pure ragione perché, in generale, il suo tantrico consiglio veniva seguito già, di per sé, da molti. Sta a vedere che siamo già un’evoluta società occidentale di tantrici.
Come lui sosteneva, l’amore possessivo non era vero amore ed era la radice della sofferenza di ognuno. Così, egli ripeteva spesso e insistentemente: “love without attachment”, “amore senza attaccamento” - non bisogna attaccarsi a nulla e a nessuno.
Chissà se avrebbe gradito vedere sua moglie con qualche suo zelante allievo.
In virtù di questo insegnamento, Yasemin poteva dire che mi amava, e che al tempo stesso era fedele al suo partner.
L’aveva capita bene la lezione del Santone indiano, lei, altroché.
Mia cara, tu non mi conosci bene. Io non sono granché esperto di non- attaccamento e di altre specie di adesivi non facilmente  attuabili, non sarò neppure un grande tantrico come lui, come te, ma chiedimi di portarti la luna ed io andrò su a prendertela. Chiedimi di portarti un raggio di sole ed io te lo porterò. Chiedimi di portarti un pezzo d’inferno, ed io scenderò giù  per procuratelo. Mi scotterò le mani, e forse il resto, per te. Ma era inutile dirglielo, tanto non m’avrebbe creduto e neppure gli avrebbe dato importanza. Era più disillusa di me ed è tutto dire..... Chissà, forse quand’era piccola i suoi la usavano per il tiro al bersaglio.
Già, ma tu non eri innamorata, per te era diverso. Era tutto più facile. Un’avventura, come tale, non ha mai scosso i nervi e i sentimenti di nessuna, figuriamoci i tuoi. Tu eri la tantrica. Eri tu ad essere più forte, ovviamente. Eri tu, e solo tu, a predisporre e a condurre il gioco. Abbiamo danzato seguendo i tuoi passi. Ma è stata una bella danza, anche se finita in fretta, e te ne ringrazio. Forse sarò un pazzo, ma ti rimarrò sempre grato, al punto da scriverti e dedicarti un pezzo e a sentirmi velare gli occhi per questo. Io spero che qualcun altro, al mondo, sappia apprezzarti come ho saputo apprezzarti io. Dopodiché, non ti chiederò più nulla.
Cercai di vivere alla meglio e il più intensamente possibile quei pochi giorni ragalatimi dal destino, dall’Universo, dal caso o da lei, ma non ci sarei mai riuscito abbastanza, anche se provai delle sensazioni meravigliose che, purtroppo, col tempo che scorre impietoso si affievoliscono, perdono di smalto, importanza ed intensità. Quando Yogi Bhogi partì, non prima di avermi duramente maltrattato a causa di un improvvisato pretesto economico, lei rimase ancora un paio di giorni con me in quel posto che in quel momento non avrebbe potuto essere più così paradisiaco. E infatti, non l’ho più abbandonato, da allora.
Torno lì ogni anno, come avessi un appuntamento o una ricorrenza da rispettare e da mantenere, come se m’illudessi, che, prima o poi, in un momento o nell’altro, quel periodo ritorni, attraverso di lei o attraverso qualche altra ambasciatrice dell’amore, con o senza attaccamento, ma purché sia quello, perché l’ho conosciuto così poco.
Passammo l’ultima serata a passeggio sulla spiaggia di Pesaro, e mentre camminavamo a riva, sulla sabbia bagnata, ricordo ancora la luce verde fluorescente che si vedeva quando staccavamo i piedi da terra, come se ne fosse totalmente impregnata la sabbia. Ho paura nel pensarlo ma temo che fosse una conseguenza dell’inquinamento, che quell’anno per l’Adriatico fu catastrofico. Ci si immergeva in acqua e pareva di farsi il bagno in una pozza di olio sporco, tra i residui marci delle alghe che avevano invaso le acque marine.
Lei sarebbe tornata a Sheffield, viaggiando in Coach, e aveva un treno per Milano alle 7.35, per cui dovemmo partire anche un po’ di fretta.
Di fretta era iniziata, poi aveva corso, e di fretta stava finendo.
Faticai un po’ per ritrovare la strada per la stazione, poi arrivammo qualche minuto prima, il tempo di fermarci al bar e scambiarci gli indirizzi, che in realtà non sarebbero mai serviti, perlomeno non a lei.
Poi, mentre scendevamo il sottopassaggio per andare al binario del treno, sentii la testa girarmi, presa come da vertigini, le gambe presero a tremarmi, un groppo m’incastrò la gola, nello stomaco avvertii come una stretta da togliermi il fiato. Gli occhi mi si velarono. Ma non dissi niente, non feci intravedere nulla. Dopotutto, io ero il maschietto e poi a lei non sarebbe piaciuto. Avrei dimostrato di non aver compreso nulla sulla lezione del non-attaccamento.
E quando il treno, alfine, venne annunciato, ci guardammo in volto per l’ultima volta.
“Are you happy?”, chiese lei.
“Are you happy?”
“Seeeeeee..... che non si vede?!?”
“Sure?”
“...Come no!”
Mi puntò lo sguardo in faccia. Mi sentii punto e attraversato da quel raggio verde, bello e intenso. Mi disse seria, quasi solenne: “I love you very much”.
Io non risposi, feci giusto un sorrisetto stronzo, di quelli che riescono bene solo a me. Inimitabili.
Lei ripeté, con solennità e convinzione: “I love you very much”. Altro sorrisetto da parte mia e un “anch’io” appena sussurrato. Era vero, io per gli addii e i saluti alle stazioni ero negato, in un film sarei stato capace di chiedere la controfigura per quella scena.
Poi salì su e scomparve. Sapevo che non l’avrei più rivista.
Neppure Dio avrebbe potuto mentirmi su questo.
L’indomani, forse, qualcuno avrebbe raccontato che avevo avuto un’avventura estiva con una ragazza angloiraniana con gli occhi verdi. Per tutti si sarebbe trattato di un mio passatempo occasionale e quindi sarei passato per il grande scopatore della situazione. Valli a capire gli umani. Vedono due tizi che tirano avanti per abitudine, magari imprecando e litigando, per qualche anno e, forse, se potessero, per qualche altra vita e quella me la definiscono una storia “seria”. Te ne capita una (miracolo!) bella, pulita, intensa e vera di pochi giorni, dove raggiungi  livelli di unione e di scambio inimmaginabili e quella lì te la definiscono ed etichettano come una scopata estiva. Deve esserci un meccanismo perverso nel cervello degli umani. O forse l’imbecille sono solo io, fuori dai tempi, fuori dal mondo, fuori da tutto. Ma, comunque vadano le cose, comunque stiano i fatti, nessun giudizio esterno potrà ridarmi indietro quei momenti e neppure un frammento di lei, Yasemin.

 

Il treno ripartì subito. La favola era finita davvero.
Piano piano, quasi strascicandomi, camminando penosamente a testa bassa, mi tirai fuori di lì e mi diressi alla macchina. Era tempo di rientrare, ormai, anche per me.
Accesi la radio a tutto volume. Dovevo divagare. Sbagliai strada una decina di volte prima di uscire da Pesaro, poi fu tutto più facile, era tutto diritto, tranne la mia situazione. Attraversai tutta l’Umbria, terra di San Francesco il poverello, diretto verso casa. Poi, semipnotizzato, senza capire ancora granché di quel che avveniva fuori, arrivai a destinazione.
Dai rumori, dal traffico, dalla puzza e la pazzia là fuori, dedussi che ero arrivato.
Eccomi a casa. Roma, Roma, città eterna. E poi la gente, di nuovo la gente, ancora la gente, sempre la gente. Era tutto quello che mi serviva per farmi bruciare i circuiti. Era la folla che poteva rendermi folle.
Per un attimo pensai a come avrei potuto stare, io, in Inghilterra. Ma a chi volevo darla da bere, non mi sarei trasferito a Frosinone, che era più vicina, nemmeno se me l’avesse chiesto Cameron Diaz, figuriamoci oltre. Ma, ovviamente, lei a me non l’avrebbe mai chiesto. Perciò ero salvo.
Era una calda giornata qualsiasi di Luglio. Un altro grande giorno della mia meravigliosa vita.
La vacanza era finita, ero tornato all’inferno.

 

Libera selezione estratta dal volume
“STORIE DAL MONDO ALTERNATIVO”,
di Stefananda – Edizioni ISU

 

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